Critics’ reviews
Riccardo Dellaferrera
BENEDETTO MAGNANO SAN LIO - NOTE SULLA MOSTRA PERSONALE
SINESTESIA - IL COLORE VIVENTE
TORINO, 10 DICEMBRE 2025 - 17 GENNAIO 2026
C'è un momento, davanti alle opere di Benedetto Magnano San Lio, in cui lo sguardo smette di essere un semplice strumento ottico. Qualcosa si apre e si dilata: il colore prende corpo, l’immagine diventa esperienza, la visione si fa dialogo con ciò che siamo e con ciò che ricordiamo. La pittura di Magnano San Lio ci suggerisce – con una forza silenziosa, ma irresistibile – che vedere non significa limitarsi a registrare il mondo, bensì ricostruirlo ogni volta, impregnandolo delle nostre attese, delle nostre emozioni, delle memorie che abitano il nostro corpo.
Le sue opere, con il loro intenso impatto cromatico, sono finestre su una dimensione in cui l’invisibile non è un mistero, ma un processo naturale della percezione. Ogni tono, ogni cangianza, ogni vibrazione di luce diventa un varco attraverso cui la realtà si ricompone in una forma nuova, intima, irripetibile: un incontro fra ciò che sembra esterno e ciò che, invece, è profondamente interno. Guardando il colore, entriamo in contatto con il mondo che non sta fuori, ma che si genera dentro di noi.
Da secoli, il colore è terreno di disputa tra scienza e immaginazione. Newton lo riduceva a fenomeno misurabile: la scomposizione dello spettro, le lunghezze d’onda, la matematica della luce. Goethe, al contrario, lo vedeva come un evento dell’esperienza, una vibrazione tra luce e oscurità, qualcosa che accade nell’occhio e nella coscienza. Benedetto Magnano San Lio, senza dogmi né forzature, sembra accompagnarci verso la posizione goethiana: nelle sue opere il colore non si limita ad essere, ma accade. È un processo, un incontro, una relazione viva.
Oggi, le neuroscienze confermano questa intuizione poetica: la visione non è mai un processo isolato. Quando guardiamo, non guardiamo mai soltanto con gli occhi. Il cervello mette in moto circuiti sensori-motori, sistemi viscerali, mappe emotive, memorie corporee. La percezione visiva è un atto multimodale, una sinfonia complessa in cui ciò che vediamo è sempre intrecciato a ciò che sentiamo, immaginiamo o ricordiamo. La vista non è un riflesso fedele del mondo, ma una sua interpretazione costante, una costruzione che coinvolge mente e corpo.
E così, nel lavoro di Magnano San Lio, la visione diventa inevitabilmente sinestetica. I suoi boschi vibranti di luce e pigmento non rappresentano soltanto luoghi naturali: sono luoghi della sensazione. Guardandoli, il cervello risponde come se stesse davvero sfiorando la rugosità di una corteccia, inspirando il profumo della terra umida, ascoltando il fruscio del vento tra le fronde. Sono immagini che trascendono la vista per entrare nello spazio del tatto, dell’olfatto, del desiderio: bosco reale, immaginario, sognato o ricordato.
Magnano San Lio non ci invita a contemplare le sue opere da lontano: ci chiede di sentirle, di lasciarci attraversare, di ascoltare il corpo mentre risponde al colore, alla materia, alla vibrazione dei segni sulla tela. C’è, nel suo lavoro, un rifiuto gentile ma deciso delle letture puramente concettuali, astratte, disincarnate. La sua pittura non si lascia catturare da un linguaggio che separa il pensiero dal corpo. Anzi, ci chiede di tornare a una percezione piena, radicata, capace di cogliere la totalità dell’esperienza estetica.
Il corpo diventa non un ostacolo, ma una lente privilegiata attraverso cui capire davvero l'opera. Non è un caso: il colore è uno dei più potenti indicatori di come il nostro cervello costruisce la realtà. Come ricordava Anaïs Nin, “noi non vediamo le cose per come sono, le vediamo per come siamo”. E le neuroscienze lo confermano: ciò che chiamiamo “colore” non è solo nelle lunghezze d’onda, ma nella mente dell’osservatore. È un atto di interpretazione, una risonanza neuronale che dà consistenza al mondo anche quando la luce cambia, si indebolisce o si dissolve.
E allora, cosa significa Sinestesia? Significa, letteralmente, unire le sensazioni. Significa riconoscere che ogni percezione è sempre un incrocio, un’ibridazione, un ponte tra differenti registri dell’esperienza. Significa accogliere il colore come un’esperienza viva, fluida, condivisa tra corpo e immaginazione.
Magnano San Lio ci accompagna in questa terra di confine, in cui il visibile e l’invisibile non sono opposti, ma compagni di viaggio. Ci chiede di rallentare, di abitare il colore, di partecipare alla sua vitalità. Il suo lavoro sembra risuonare con le parole di Rudolf Steiner, che vogliono chiudere questa presentazione con un gesto di gratitudine e un invito alla meraviglia:
“Il colore è l’anima della natura e dell’intero cosmo, e noi prendiamo parte a quest’anima in quanto partecipiamo, sperimentando, alla vita del colore.”
Ecco dunque Sinestesia: una soglia, un’esperienza, una possibilità, un luogo dove torniamo a essere un atto poetico, corporeo e luminoso.
Note biografiche: Benedetto Magnano San Lio è nato a Padova nel 1966 dove oggi vive e dipinge. Dal 2010 espone in Italia e nelle più importanti capitali europee in importanti fiere d'arte e prestigiose gallerie tra cui Galeria Gaudì di Madrid e Galerie Mickael Marciano di Parigi.
Riccardo Dellaferrera, Dicembre 2025
Furio Durando
Critico d’arte
BENEDETTO MAGNANO SAN LIO E IL SUO JAPONISME NOUVEAU.
NOTE SULLA MOSTRA “COLORS” (TREVISO, 7-16 OTTOBRE 2022)
Colors, la collettiva di tre affermati artisti italiani contemporanei nella splendida cornice architettonica della trevigiana Casa dei Carraresi (7-16 ottobre 2022), è una preziosa occasione di riflettere sulle poetiche e sui principi estetico-formali che Benedetto Magnano San Lio esprime attraverso un rilevante numero di opere. L’ottima qualità complessiva induce anche ad estendere la riflessione agli orizzonti della pittura e dell’arte in genere mentre va a concludersi il primo quarto del XXI secolo.
Scrivevo infatti nel 2007: «Gli ultimi decenni del XX secolo, celebrate le esequie dell’Arte in ogni sua accezione classica e anticlassica, hanno visto un’instancabile, quasi disperata esplorazione. Oggetto della ricerca, però, non poteva più essere il dicibile, perché tutto è già (stato) detto, e tutto ciò che si manifesta – nel mondo contemporaneo – brucia nel segno, nel suono, nella forma che lo esprime, nell’istante stesso in cui li trova e per loro mezzo si rivela. Certamente, con questa premessa, la sola via all’arte può essere quella che pratica la forma fino a divinizzarla, trovando in essa l’unica superstite dicibilità. La soglia del XXI secolo, però, rivela inaspettate vie d’uscita: l’immanenza del poetico e il suo primato rispetto alla velleitaria autoreferenzialità di qualsiasi formalismo.»[1]. La penso ancora così, e aggiungo che l’ultimo ventennio di creazioni ha decretato la necessità che la forma artistica sia organica e funzionale al contenuto, e più che mai sostanza e non abito; e ciò a un punto tale che, persino quando le dichiarazioni d’intenti di certi artisti la vogliano far apparire – anche solo per capriccio o per beffa – vincolata/degradata al tradizionale e comodo ruolo strumentale di puro significante, la sua necessaria consustanzialità al significato e il suo automatico non poter essere puramente serva di qualsivoglia poetica determina perdita di significato e di senso. E di una forma fatta exuviae o posticciamente induviae il nostro tempo dolente e affamato di spirito non ha più bisogno alcuno.
L’elevata qualità artistica intrinseca delle opere di Benedetto Magnano San Lio proposte in Colors conferma che questa sia la deriva fatale dell’arte prossima ventura, soprattutto quella che sappia discostarsi da qualsiasi inciampo (voluto o fatale che sia!) nella meccanica citazionista, che del miglior Novecento, quello venuto per ultimo, è stata la bussola delicatamente tragica e dolcemente ironica: in Benedetto Magnano San Lio vi è una poetica della grazia agita come in una cerimonia del té.
La presenza di Benedetto Magnano San Lio è rilevante anche per la varietà del suo catalogo: in questa rassegna, infatti, compaiono soggetti ormai divenuti storici e consacrati da fortunate mostre, come le serie dei Pesci, delle Ninfee e gli Alberi isolati. Alla prima serie rendono omaggio alcune tele. In esse la semplificazione delle sagome, il ricorso a campiture cromatiche più uniformi e la rarefazione delle chiazze nerastre e delle intenzionali sbavature, che in opere precedenti evocavano quasi automaticamente abissi trasformati in acquari popolati di creature-ectoplasmatiche contaminate da irreversibili inquinamenti, dichiarano l’evoluzione del soggetto a pura icona, quasi una griffe cui si concede – una volta esaurito il proprio impatto comunicativo-innovativo – il lusso di compiacere i cultori della forma intesa come “arredo” senza depotenziare il senso del temi.
Dei Pesci condividono il destino evolutivo anche gli altri due filoni sopra indicati. Soprattutto per le Ninfee e come già nelle prime serie di Boschi, Magnano San Lio taglia lo spazio combinando un piano di rappresentazione frontale a prima vista bidimensionale e un accenno di prospettiva intuitiva e dinamica a volo d’uccello, spesso mediante uno zooming dissimulato grazie al punto di vista leggermente rialzato. Nella sintesi formale adottata sono evidenti il disinteresse dell’artista verso descrizioni o riferimenti materiali alla sfera delle cose sensibili, e il suo favore invece al portato simbolico delle proprie iconiche elaborazioni. A ciò concorre poderosamente il colore, sempre vivace, laccato, spesso puro e non di rado preponderante rispetto al dettato grafico. Le Ninfee, per esempio, che è impossibile non vedere come continuazione delle sintetiche evanescenze anulari dell’ultimo Monet e di alcune visionarie e violente tele fauves, sono disposte in una sequenza prospettica a due punti di vista simultanei, imponendo allo spettatore una percezione da un “alto” spirituale e sfuggente; e un’altra da un’altezza umana e parziale, senza possibilità di scelta.
Le numerose variazioni sul tema dell’albero isolato (l’Albero minimal) segnano il compimento di un iconismo metamorfico: la chioma è testa, labirinto, intreccio, folla di pagine – come è corretto chiamare i lati delle foglie – di un racconto silenzioso, minimo appunto, e che induce alla contemplazione.
Ecco qui la cifra probabilmente più caratterizzante la poetica di Magnano San Lio. La ritrazione da ogni interesse prospettico convenzionale e “scientifico”, in favore di un asse tutto linee, densità cromatica, luce, geometrie delle cose e non dello spazio, apre a una concezione spirituale, d’orientale pacata bellezza, intenta a una cura minuziosa del dettaglio e che trova pienamente senso nella nuovissima serie di Boschi, grandi tele e trittici a singola dominante cromatica che evidenziano una straordinaria capacità di costruire e suggerire lo spazio non come ratio, misura e geometria (cioè con un’astrazione razionale), ma come visione determinata dal fattore fenomenico più incorporeo dell’universo: i colori.
Dalle tele dedicate a questo tema e composte da shots ravvicinati di un pugno di fusti d’alberi (e dunque riconducibili a quel sistema di segmentazione della realtà sensibile appena descritto e che trasforma il visibile in icona) l’autore si evolve con convincenti esiti ad autentiche megalografie. I suoi boschi fitti di betulle visti come da un drone e con una dilatatissima prospettiva grandangolare schiacciata, punto di vista rialzato e una densità non realistica, ma emozionale, psichica, spirituale, sono paradigmi del mondo e della vita umana, metafora dell’esistenza e della condizione esistenziale umana. Vi entriamo con la consapevolezza di essere ancora una volta il labirinto e la preda; nella distanza non cogliamo i profondi blu oltremare e la gamma dei viola e di cremisi lucidi che dissolvono l’apparente inganno di un’aspazialità, ma vi scivoliamo per penetrare mille volte tra i mille segmenti del labirinto-vita. Fra di essi penzola da invisibili rami, con ricorrenza da cadenze musicali, un esile filo rosso: trappola, opportunità, depistaggio o semplicemente destino. E di tutta la luce del cielo sovrastante, invisibile e immanente, Magnano San Lio offre alle nostre menti solo il suo frutto: colori, Colors appunto. La delizia del fenomenico, la consolazione di un’apparenza non falsa, la certezza dell’effimero, la bellezza della vita sono l’umile religione dello Japonisme Nouveau che egli propone.
Furio Durando, ottobre 2022
(Milano, 1960) è archeologo e storico dell’arte, autore di numerose monografie, articoli scientifici e manuali scolastici. Come critico d’arte contemporanea ha seguito e tuttora segue artisti viventi di fama nazionale e internazionale quali Daniela Rosignoli, Davor Ciglar, Giuliano Censini, Anne Leighton-Massoni e curato cataloghi di mostre.
1 F. GALIZIANO (alias F. DURANDO), Un’instancabile ricerca, in P. ADORNO – A. MASTRANGELO, Segni d’arte, IV, D’Anna (Messina-Firenze 2007), p. 314.
Federica Mingozzi
Critica d’arte
Capita talvolta che la necessità di esprimersi artisticamente emerga all’improvviso, andando a scompaginare quello che è un contesto già definito. E così, senza avere altro se non la passione, si inizia un percorso che porta a ribaltare le prospettive e a trovare nuovi valori e nuovi punti di vista, portando alla luce talenti inattesi, ma manifesti.
Così è accaduto a Benedetto Magnano San Lio che, ad un certo punto, qualche anno fa, ha avvertito prepotente il bisogno di far emergere il suo io più profondo in maniera evidente, sulla tela. Pur senza una preparazione di base ha dato ascolto a questo richiamo impellente e il risultato, inaspettato forse e per questo ancora più straordinario, è la testimonianza di una vocazione innata, che aspettava solo di risalire in superficie.
Magnano San Lio parte dal colore, perché questo gli permette di dare una risposta alla sua esigenza di codificare il vissuto attraverso cromie intense che spalma sulla tela fino a che, dagli strati materici, emergono le immagini; sono figure semplici, lineari, simboli della natura che ci circonda e che sono, ancora una volta, segno delle sue passioni: per il mare, per gli alberi…
Ma cos’è la passione? Questa parola indica sia un momento di profonda sofferenza che un desiderio, un trasporto dell’animo contrapposto alla ragione, come le due forze polarizzanti dell’uomo. In lui prevale fortemente questo senso di trasporto sentimentale, con la volontà di coinvolgere il riguardante in un turbinio di emozioni: osservare i suoi dipinti è come entrare in un mondo altro nel quale è facile perdersi. Ma bisogna avere il coraggio di farlo, perché, superato il limite, diventa immediato il ritrovarsi nelle luci, nei colori, nelle linee, in un percorso catartico che ricorda, per certi versi, quello di dantesca memoria. Ed è interessante cercare di scavare nelle immagini, in una ricerca di senso che porta alla consapevolezza che ciò che vediamo è mistero: ognuno può leggervi il proprio senso, in una sorta di messaggio che l’artista è in grado di rendere individuale.
A tal proposito sembra che Magnano San Lio abbia fatto sue le parole di Antoine de Saint-Exupery, che ha scritto che “Il mistero non è un muro, ma un orizzonte”; le sue opere infatti aprono orizzonti inusitati partendo da quel grande mistero che è l’arte in sé.
Quello che conta alla fine è l’emozione che questo orizzonte sa suscitare; perché di questo si nutre l’arte, di emozioni, e attraverso le sue opere arriviamo a sperimentarle e a comprendere come il percorso dell’artista corrisponda a quello di ognuno di noi, alla scoperta del senso del vivere di cui talvolta si perdono le tracce.
Federica Mingozzi, giugno 2017